omnia divina delenda sunt.

*** Ἑωσφόρος ***

“E’ questa la regione, è questo il suolo e il clima”,
disse allora l’Arcangelo perduto, “è questa sede che
abbiamo guadagnato contro il cielo, questo dolente buio
contro la luce celestiale? Ebbene, sia pure così
se ora colui che è sovrano può dire e decidere
che cosa sia il giusto; e più lontani siamo
da lui e meglio è, da lui che ci uguagliava per ragione
e che la forza ha ormai reso supremo
sopra i suoi uguali. Addio, campi felici,
dove la gioia regna eternamente! E a voi salute, orrori,
mondo infernale; e tu, profondissimo inferno, ricevi
il nuovo possidente: uno che tempi o luoghi
mai potranno mutare la sua mente. La mente è il proprio luogo
e può in sé fare un cielo dell’inferno, un’inferno del cielo.
Che cosa importa dove, se rimango me stesso; e che altro
dovrei essere allora se non tutto, e inferiore soltanto
a lui che il tuono ha reso più potente? Qui almeno
saremo liberi; poiché l’altissimo non ha edificato
questo luogo per poi dovercelo anche invidiare,
non ne saremo cacciati: vi regneremo sicuri, e a mio giudizio
regnare è una degna ambizione, anche sopra l’inferno:
meglio regnare all’inferno che servire in cielo.”

Io loro Dominus,
io il Bello, io il Luminoso, io Stella del Mattino.
Nel nido della mia superbia covavo vane glorie,
sognavo un trono d’oro annunciato dall’Apocalisse
ignaro delle future pene e tristezze.
Componevo sonetti e ballate
unendo il mio corpo con quelle anime già dannate.
Ogni limite al piacere che ci fu imposto
divenne un proposito, un frutto da cogliere
bramato come l’Albero del Sapere che ci fu nascosto.
Infine ebbro dell’orgoglio e del sogno di potere
a me e ai miei figli, fratelli e amanti fu tolto ogni avere.
Precipitammo,
cacciati e rinnegati
sconfitti e braccati
dalle divine armate.

*** LILITH ***

Mi risveglio lentamente, senza avere davvero il coraggio di aprire gli occhi. Li tengo stretti, serrati, per tenere lontana la luce del Sole, sempre ingorda, sempre curiosa di esplorare ogni angolo.
Sento il mio vestito color lavanda svolazzare frustandomi le gambe lisce; l’aria è tiepida e bisbiglia insieme al mare. La spiaggia sembra abbracciarmi, mentre la sabbia sotto di me cede assumendo la mia forma, secondo la pressione del mio corpo.
Apro gli occhi.
Poco lontano, verso ovest, le onde si abbattono possenti sugli scogli. Mi poggio sui gomiti, guardandomi intorno. E’ l’alba e sono sola.
Le onde vengono a morire ai miei piedi. Arrivano da lontano, di corsa, rimpicciolendo un poco alla volta. Le creste verdi s’inchinano, s’incurvano e, dopo un istante di immobilità, crollano su se stesse con un rigurgito bianco di schiuma che si perde fra i granelli di sabbia.
I miei figli sono oltre l’orizzonte, in terre di cui non oso pronunciare il nome. La solitudine ha un suo peso, è il silenzio mai infranto dalle voci limpide che chiamavano Lilith, Lilith, madre mia. Quante colpe da espiare abbiamo!
Nonostante tutto, mi sento rilassata e leggera, mentre l’aria che mi gonfia i polmoni mi libera di qualunque paura e affanno. Si impara ad essere soli anche se non lo si riesce ad accettare.
L’alba è magnifica e questo sarà un giorno stupendo. La mia bocca si schiude in un sorriso, l’aspettativa mi scalda il sangue e accelera i battiti del mio cuore. La qualità della nostra vita dipende anche dall’approccio con la quale la portiamo avanti; così sia, serotonina, preparati!

*** LOUIS ***

Non ricordo il nome del locale in cui siamo stati. Non ricordo nemmeno le vie che abbiamo percorso per tornare a casa. Saliamo le rampe di scale, in silenzio, uno dietro l’altro, fino al quarto piano. Tu procedi davanti a me, girandoti ogni tanto per leggermi in volto. Sai interpretarmi. Abbiamo questa strana abilità di comunicare e comprenderci senza parole.
So che hai capito che c’è qualcosa che non va, ma già non riesco a ricordarlo. Ho il sapore del porto in bocca, lo sento scorrere attraverso il mio corpo. E’ qualcosa che hai detto? Un qualche tuo comportamento infantile che mi ha infastidito? La chiave scivola nella toppa, la faccio ruotare e mi lascio cadere sul divano poco oltre l’ingresso.
— Che c’è?
— Niente.
Provo ad essere convincente. E’ così che spesso prendono avvio le nostre liti. Tu te ne stai a fissarmi con lo sguardo cupo e le braccia incrociate, sulla difensiva.

Mi sento terribilmente depresso dopo aver bevuto. Tutto mi sembra inutile: seguitar ad essere innamorato, seguitar a litigare, seguitar a far pace. Una vampata di caldo mi illumina il viso, l’ansia mi stringe il collo.
— Vieni qui.
Ti poso le mani sui fianchi, tu distogli lo sguardo e punti i piedi. La tua resistenza dura una manciata di secondi: mi sorridi e accogli la mia lingua che scivola oltre le tue labbra, la intrecci alla tua. Il potere che esercito su di te mi inebria; accolgo la tua resa e ti porto a letto. Faremo l’amore stanotte cercando di inserirci nella carta da parati.

***

Dormi.
Alla notte offro i miei soliloqui.

C’è così poco che conta, Louis. L’amore potrebbe essere, a ben vedere, l’unica ancora di salvataggio di questo mare in tempesta, di questo oceano tiranno e volubile. L’unica vera goccia di verità nell’alveo dell’esistenza che scorre limando gli argini di una società patriarcale e bigotta. Il nostro amore è così fragile, Louis, che il pensiero di perderti mi leva il fiato, mi gonfia il cuore di terrore, mi schiaccia inerte sul letto. Tu riposi qui a fianco, senza vestiti, il respiro regolare e il viso poggiato sul guanciale. Vorrei scuoterti e supplicarti di abbracciarmi, fino a che non arriveranno a prenderci, a giudicarci, a rilevare la nostra anima celeste.
L’amore è così fragile, minacciato da una tale selva di mediocrità!
Lo gettiamo via così facilmente, per piccoli piaceri e passeggere debolezze.
Ah Louis, anche tu mi tradirai?
Là fuori c’è la guerra, frutto di piccoli egoismi e menzogne nazionaliste, di giochi di potere arroganti volti ad accarezzare l’ego di uomini abietti e miseri, ma è il popolo che combatte e che subisce la morsa del conflitto. Tutto perde di importanza di fronte alla brutalità della realtà.
Metterai da parte i sentimenti per un misero, temporaneo piacere?

La notte è al mezzo e la mia anima vibra come le rotaie del tram. Avverto il passo di qualche uomo silenzioso che, forse ubriaco, fa ritorno da una discoteca. Gli uomini mi guardano quando esco a confondermi con loro. I loro occhi indugiano qualche secondo su di me, prima di perdersi altrove. Sempre di fretta, sempre con un’inquietudine nel cuore che li spinge lungo via del Corso. Mi piace il loro frenetico vivere, la loro febbrile ricerca di qualcosa che non ha nome, laboriosi come api, esaltati, vitali.

Un’automobile sfreccia lungo la via, in accelerazione. Ascolto il rombo del motore fino a quando non si perde nel brusio della notte della capitale. Se fuggissimo anche noi? Dopo la Caduta, ci siamo persi e divisi. Siamo stati braccati come bestie e chissà quanti di noi sono sopravvissuti… Ah, Louis, ora vorrei scuoterti e trascinarti in strada, per fuggire ancora, conoscere nuove realtà e farle nostre, per noi creature insaziabili e corrotte. Voglio divorare chilometri viaggiando tutta la notte, in sella sulla mia moto con te che mi stringi i fianchi, mi tieni stretto mentre accelero. Voglio avvertire la tua paura, voglio sapere che quando mi stringerai fino a farmi mancare il fiato, io saprò cacciare le tue insicurezze, saprò guardarti negli occhi e sapere che hai fiducia in me. Io ti posso offrire l’universo, strade di notte e un amore finito, un amore umano, per questo tanto speciale.
Che m’importa di Roma!
Abbandoniamo anche lei, spingiamoci ancora più lontano, dove potremo imparare lingue sempre nuove e amarci con parole originali.

Sono uno stupido, non è vero?
Tremo la notte perché sono le mie illusioni a vacillare; io non so amarti accettando che ogni cosa è destinata a ritornare al Nulla da cui proviene. Il mio è un amore divino. Tu mi abbandonerai in cerca della novità, in cerca di qualcosa cui darai un nuovo nome, felice del cambiamento. Non esistono sentimenti duraturi per noi, per noi reietti che ora abitiamo questa terra. Sia fatta la volontà della legge naturale! Conviverò con la tua perdita, ma sappi che c’è un fuoco che mi scalda le viscere che è eterno come quello sacro ed io saprò custodirlo come una Vestale, fino a quando non potrò dare alle fiamme il mondo intero e sarò implacabile come raffica che irrompe sulle querce montane.

Sono vane e patetiche minacce, lo sai. Le recito nella mia mente per lasciarmi consolare dal loro suono, son parole ricercate che danno un tono affettato ai miei pensieri. Del resto, non mi rimarrà altro.
Purtroppo non sono un eroe tragico ed ora sono stanco, sono stanco, sono…
Le forze mi abbandonano, mentre il cielo inizia già a schiarirsi. Mi distendo al tuo fianco e poi ti abbraccio da dietro. Ti svegli per qualche secondo, mi baci uno zigomo e torni a perderti e ad inciampare nei tuoi sogni. Io non ricordo i miei sogni, Louis, non ricordo il mio nome.


About these ads

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...